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L’Italia all’epoca della sua riproducibilità digitale

ritratti

In quel limbo sospeso tra la supponenza e l’indifferenza che solitamente caratterizza l’estate italiana, è stato approvato dal Consiglio dei Ministri  il DECRETO-LEGGE 31 maggio 2014, n. 83: “Disposizioni urgenti per la tutela del patrimonio culturale, lo sviluppo della cultura e il rilancio del turismo”. In un paese come l’Italia, un decreto di questo genere dovrebbe essere per settimane al centro del dibattito politico e sociale, considerando l’importanza e la consistenza del nostro patrimonio culturale. Ma non è così, purtroppo, e al momento si sono notati solo pochi interventi articolati sul testo del decreto, alcuni centrati su aspetti almeno apparentemente positivi quali la ratifica della detraibilità fiscale delle donazioni e degli investimenti in ambito culturale, altri più critici, soprattutto rispetto a temi controversi quali le risposte alle istanze che provengono dalle grandi emergenze culturali italiane (le aree archeologiche, il cinema, il teatro…), che molti giudicano insufficienti o quanto meno non ispirate a una visione organica o prospettica.

monalisa

Al di là del merito dei vari aspetti del decreto, per chi si occupa di “scritture digitali” è importante evidenziare un elemento particolarmente interessante del testo approvato. Si tratta dei riferimenti espliciti alla riproduzione fotografica dei beni culturali, ovvero dell’introduzione della “parziale liberalizzazione del regime di autorizzazione della riproduzione e della divulgazione delle immagini di beni culturali per finalità senza scopi di lucro quali studio, ricerca, libera manifestazione del pensiero, espressione creativa e promozione della conoscenza del patrimonio culturale”. Più precisamente, si affronta questa tematica nel Titolo III, articolo 12 del Decreto, dove al comma 3/B si dichiara:

“Sono in ogni caso libere, al fine dell’esecuzione dei dovuti controlli, le seguenti attività, purché attuate senza scopo di lucro, neanche indiretto, per finalità di studio, ricerca, libera manifestazione del pensiero o espressione creativa, promozione della conoscenza del patrimonio culturale:
1) la riproduzione di beni culturali attuata con modalità che non comportino alcun contatto fisico con il bene, ne’ l’esposizione dello stesso a sorgenti luminose, ne’ l’uso di stativi o treppiedi;
2) la divulgazione con qualsiasi mezzo delle immagini di beni culturali, legittimamente acquisite, in modo da non poter essere ulteriormente riprodotte dall’utente se non, eventualmente, a bassa risoluzione digitale”.

In realtà non si tratta di un provvedimento particolarmente innovativo, ma solo della (tardiva) ratifica di uno scenario che a livello europeo sta prendendo forma da diversi anni, a partire dagli intenti strategici definiti nella cosiddetta Dichiarazione di Berlino (2003), dove si esplicita che è necessario “encouraging the holders of cultural heritage to support open access by providing their resources on the Internet”, fino all’adozione – nei principali paesi – di specifiche norme orientate all’accesso ai beni e al permesso di riproduzione, di solito con il solo vincolo del rispetto del principio della tutela, solitamente espresso dal divieto di utilizzare flash o altri dispositivi di illuminazione e dall’ovvio divieto di “toccare” le opere, ma non necessariamente dal divieto di utilizzo di supporti statici (come accade ad esempio in Francia, dove è sufficiente pagare un biglietto di ingresso in più per poter piazzare un cavalletto nelle sale dei musei e ottenere così fotografie migliori). In ogni caso, è importante che anche in Italia sia stato finalmente introdotto il concetto di riproducibilità digitale del patrimonio storico-artistico: si aprono opportunità interessanti soprattutto per chi ha bisogno di utilizzare immagini a scopo didattico, ma anche per i creativi e per tutti coloro che avranno voglia di “raccontare” per immagini la nostra storia, contribuendo alla valorizzazione della nostra eredità.

Quello che colpisce negativamente, piuttosto, è la contraddizione che il Decreto esprime nell’articolazione dei due punti del comma specifico, su cui peraltro si sono concentrate al momento le varie critiche già pubblicate (si veda a titolo di esempio questo contributo). Il punto 1, infatti, esprime sostanzialmente una visione aperta e più in generale attenta all’evoluzione della cultura digitale (sia pure con qualche limitazione di troppo). Il punto 2, al contrario, sembra voler ridimensionare quanto dichiarato in precedenza, sottolineando che è importante divulgare “con qualsiasi mezzo” le immagini, ma introducendo due vincoli difficilmente spiegabili se non come residuo di garanzia nei confronti dell’editoria tradizionale o di altri titolari di privilegi acquisiti in questo ambito. Di fatto, il divieto di ulteriore riproduzione da parte dell’utente e il concetto di bassa risoluzione digitale sono affermazioni astratte, che non tengono conto della realtà effettiva; sono inoltre contraddittorie e impraticabili. Che cosa implica ad esempio la non riproducibilità ulteriore? Che se si pubblica una fotografia scattata in un museo su un Social Network questa non può essere ricondivisa da altri? Se così fosse l’affermazione sarebbe in aperta contraddizione con quanto dichiarato dallo stesso comma… e in ogni caso chi può verificare (e come? E poi perché dovrebbe?) che questo non accada? E poi è così che funzionano le reti sociali, basterebbe prenderne atto: la scrittura digitale (ambito in cui rientrano i racconti per immagini) è strettamente integrata con la ri-scrittura, la rielaborazione, la viralità. Inoltre, non è chiaro cosa significhi bassa risoluzione digitale. Le tecnologie si evolvono rapidamente, un Tablet di ultima generazione arriva agevolmente a risoluzioni di 1920×1080 pixel, un qualsiasi smartphone scatta a 5-6 megapixel. Sono parametri che rientrano in quanto affermato dal Decreto? E che cosa significa l’avverbio eventualmente? Che si può pubblicare un eBook su Giotto utilizzando come illustrazioni immagini realizzate autonomamente e reimpaginate a 1080 pixel di risoluzione orizzontale?

In sostanza, come accade spesso in Italia, è stata introdotta una norma che non esplicita in modo del tutto chiaro cosa si può fare, ma lascia un margine di discrezionalità nella sua applicazione. Se sarà interpretata in modo elastico, aperto, realmente “liberale”, allora potrà innescare un processo virtuoso, aprire spazi finora impraticabili alla didattica e alla creatività. Se invece sarà interpretata in modo restrittivo allora ci ritroveremo ad annaspare nella solita palude: anche se questa volta potremo fotografarla e condividerla su Instagram…

[nelle immagini: Parigi, Museo del Louvre, 2010]

Parole sulla neve

writing on snow

Non è un vero e proprio esperimento di scrittura digitale. Anzi, a prima vista sembra qualcosa di assolutamente diverso. Shelley Jackson, infatti, scrive soltanto sulla neve. Scrive parole che idealmente compongono singoli stati d’animo, o elementi di conversazioni da ricostruire camminando o immaginando. In ogni caso, parole strettamente legate alla materia di cui sono fatte: la più effimera delle materie, destinata a sciogliersi in pochi giorni o poche ore cancellando quelle stesse parole che per un attimo qualcuno ha inciso sulla sua superficie bianca e fredda (ma non sempre così bianca, e spesso riscaldata proprio dai segni che vi si sovrappongono). Ma è proprio a questo punto che questa sorta di land art in sedicesimo entra in contatto con la scrittura digitale. Perché Shelley Jackson non si limita a scrivere sulla neve, ma fotografa (digitalmente) le sue parole e le condivide immediatamente su Instagram, più esattamente sul profilo: snowshelleyjackson. Le parole concrete ma effimere scritte sulla neve diventano così, grazie all’effimera consistenza della fotografia digitale, un racconto continuo che col tempo potrebbe diventare qualsiasi altra cosa.

writing on snow

Secondo Mercy Pilkington, un progetto come quello della Jackson potrebbe addirittura rappresentare un modello integrativo per l’editoria digitale. La domanda a cui bisogna cercare di dare una risposta è: “even better, can a series of 200 Instagram pictures be considered an ebook, if read altogether?” E non si tratta di una domanda retorica. La Jackson non scrive sulla neve parole in libertà, ma frammenti di una vera e propria storia, che si legge a rovescio, ovvero comincia con la prima instantanea pubblicata su Instagram e prosegue di conseguenza. Non siamo poi così lontani dagli esperimenti narrativi basati su twitter, come narrativa in 140 caratteri o twitteratura. A riprova del fatto che i mondi digitali sono un ponte tra il reale e l’immaginario. In questo caso, un ponte ricoperto di neve.

Le mappe dell’immaginazione

Maps of the Imagination (cover)

Maps of the Imagination: the Writer as Cartographer, a cura di Peter Turchi. Trinity University Press; First Trade Paper Edition, 2011.
Mobi, XHTML e altri formati (compresa una versione cartacea tradizionale), EN

Segnalo raramente dei libri in vendita (e per di più derivati da edizioni cartacee tradizionali). Ma questo è troppo bello per non meritare qualche riga e un promemoria. Si tratta di un atlante, e fin qui nulla di nuovo: ma è un atlante particolarissimo, che raccoglie mappe immaginarie o immaginate leggendo e reinterpretando scrittori e scritture. La letteratura come percorso mentale, come rappresentazione da cui si può ricavare della cartografia tanto più preziosa quanto più si evolve da pura e semplice raffigurazione a traccia interpretativa, viaggio dentro il viaggio, metafora delle metafore che evoca. Un esercizio di stile basato (lascio la parola all’autore, che spiega in cosa consiste il libro nel suo sito) sul presupposto che “the ancient Greeks, German globe makers, and British cartographers join forces with the Marx Brothers, NASA, and Roadrunner cartoons to shed light on the strategies of writers as diverse as Sappho, Ernest Hemingway, Virginia Woolf, Vladimir Nabokov, Italo Calvino, Don DeLillo, and Heather McHugh”. Una contaminazione tra intenti e contenuti, in sostanza, che rende questo libro quasi inclassificabile, considerando che può aiutare i lettori a pensare, gli scrittori a leggere, i creativi a immaginare e gli illustratori a scrivere. Fino a diventare un’ipotesi di lavoro per re-immaginare altre mappe intellettuali, questa volta interattive. La versione Kindle del libro può essere scaricata scegliendo tra diverse opzioni, tra cui un impaginato digitale per lettori o tablet di grande formato.

Maps of the Imagination (cover)

[segnalato da: Mario Rotta, novembre 2013]

Gli archivi di Emily Dickinson

EDA Home Page

Un bell’esempio di Open Content: sono online gli Archivi di Emily Dickinson. Si tratta di un progetto molto semplice, ma estremamente utile per gli studiosi e gli appassionati, e più in generale per tutti gli interessati alla vita e all’opera della grande poetessa americana. Tutti i manoscritti originali della scrittrice sono stati digitalizzati, catalogati e resi accessibili attraverso un’interfaccia intuitiva, che permette di scorrere le carte in base al luogo di collocazione, all’edizione correlata e a vari altri parametri di ricerca e descrittori. Le carte possono essere visualizzate in forma originale (il facsimile digitale del manoscritto) o attraverso la loro trascrizione in linea. L’insieme è arricchito da un corposo lessico che può essere utilizzato sia per fare ricerche più accurate che a scopo didattico. Sarebbe bello seguire (sistematicamente e non sporadicamente) esempi come questo per rendere giustizia e restituire una memoria al lavoro di tanti autori italiani…

Emily Dickinson Archive

The Emily Dickinson Archive (EDA). A cura del Berkman Center for Internet & Society, della Harvard Library e di vari partner editoriali e istituzionali. Advisory Board: Leslie A. Morris, Sharon Cameron, Julia Flanders, Michael Kelly, Mary Loeffelholz, Cristanne Miller, Domhnall Mitchell, Martha Nell Smith, Marta Werner.

Formati: XHTML e altri formati aperti.
Segnalato da: Mario Rotta, ottobre 2013.

L’url (variazione su Munch)

Munch. L'Urlo

Munch. L’Urlo

Elaborazione digitale di Mario Rotta. Tag Cloud realizzata con Tagxedo. Occorrenze recuperate dalla pagina di Wikipedia (inglese) dedicata al dipinto di Edward Munch.

140 caratteri di intensità

copertina140

Ci sono fenomeni che prendono forma in modo così rapido che spesso non riusciamo a definirne né le potenzialità né i limiti senza invocare più tempo per formulare un giudizio. Ce ne sono altri, al contrario, che fanno della rapidità una delle caratteristiche del loro stesso successo, quasi avessero letto Calvino, o almeno una parte delle “Lezioni Americane”, a tal punto che per poter esprimere una valutazione siamo quasi costretti a essere più veloci delle loro metamorfosi. Il problema è: un fenomeno come Twitter, a quale dei due scenari appartiene? A entrambi, verrebbe da dire, o forse a nessuno dei due. Sta di fatto che Twitter non solo si è diffuso in modo estremamente rapido (la prima versione è del 2006, ma già da 3 anni la giuria “popolare” internazionale messa insieme da Jane Hart per individuare gli strumenti più utili per chi si occupa di e-knowledge lo colloca al primo posto della lista), ma ha anche aperto e sta ancora aprendo scenari e orizzonti del tutto nuovi in ambiti – dal giornalismo al marketing, dalla religione alla politica – che meriterebbero riflessioni approfondite, meditate con la dovuta “lentezza”. La pubblicistica su Twitter e i suoi molteplici utilizzi è ormai enorme: sono stati scritti articoli e libri su quasi tutte le possibili applicazioni del celebre microblog, ma è interessante notare come uno degli ambiti più esplorati da chi studia la genesi e l’effetto dei tweets sia la letteratura. Twitter è un enorme e straordinario laboratorio letterario, fin da quando ne hanno parlato in questi termini voci contrastanti come quelle di Bruce Sterling o Rick Moody. Non è poi così difficile capire il perché di questa particolare connotazione: qualunque sia l’intenzione o la motivazione di un tweet, in fondo si tratta di una forma di storytelling che si sta incamminando sulle praterie della società della conoscenza. Ma per saperne di più bisogna andare oltre questo post. Segnalo quindi volentieri un eBook interamente dedicato a questo ragionamento:

Lombardo, Sonia (2013), Narrativa in 140 caratteri, genesi della Twitteratura. StoriaContinua.
Disponibile su: Smashwords Edition e UltimaBooks.

Il libro prende in esame l’evoluzione e l’affermazione dei generi letterari basati sulle “regole” di Twitter “dalle Lezioni Americane al Twitter Fiction Festival”, delineando “tutte le tappe che hanno portato all’organizzazione dell’evento che ha consacrato la cosiddetta TwitterLit, partendo da un’analisi della tradizione legata alla narrativa breve, fino alla scelta dei primi autori di rielaborare le loro opere, spezzettandole in porzioni da 140 caratteri, piuttosto che inviarle alla classica casa editrice”. Si parte dal presupposto che “ormai tutti conoscono e usano Twitter, ma comporre una trama che sia avvincente attraverso brevi battute è davvero tutta un’altra storia. Bisogna saper sfruttare a pieno gli strumenti che la piattaforma mette a disposizione, soprattutto avere piena comprensione delle dinamiche che tali strumenti mettono in moto e come queste influiscono sulla stesura di un racconto. Non si tratta soltanto di spezzettare una storia in frasi da 140 caratteri, c’è molto di più dietro il successo di autori come Elliot Holt, Teju Cole o Matt Stewart”. Contano, in particolare, “le 3 caratteristiche fondamentali della Twitteratura”, che il libro aiuta a identificare e decifrare. Per scoprire una forma ancora fresca e originale di scrittura e lettura digitale.
[a cura di Mario Rotta, @mrxibis su Twitter]

Proporzioni divine

In occasione della giornata mondiale del libro, ecco un “gioiello” digitale godibile online grazie ad archive.org: il facsimile di una delle edizioni più antiche del trattato Divina Proportione di Luca Pacioli, con numerose figure geometriche e schemi matematici.

Divina Proportione

Divina proportione: opera a tutti glingegni perspicaci e curiosi necessaria oue ciascun studioso di philosophia: prospettiua pictura sculptura: architectura: musica: e altre mathematice: suavissima: sotile: e admirabile doctrina consequira: e delecterassi: co[n] varie questione de secretissima scientia. [Venetiis]: A. Paganius Paganinus characteribus elegantissimis accuratissime imprimebat.

Formati XHTML e altri, scaricabile per la consultazione offline.
Segnalato da: Mario Rotta, aprile 2013.

3 cose che ogni editore digitale dovrebbe sapere

Leggere le riflessioni di Mike Shatzkin sul futuro dell’editoria digitale è sempre un’esperienza illuminante. Shatzkin non cede mai alla scorciatoia della futurologia ed evita attentamente di delineare scenari astratti. Al contrario, esamina i fatti e ne riassume le specificità essenziali, suggerendo vere e proprie ipotesi di lavoro concrete e praticabili: è quello che accade anche in un suo recente articolo dal titolo fin troppo esplicito di The three forces that are shaping 21st century book publishing: scale, verticalization, and atomization. Che cosa intende suggerire Shatzkin? Si riferisce a tre “categorie” fondamentali per chi volesse, oggi, investire in attività di editoria digitale. La prima è la scala. Qualcosa di più di ciò che fino a un po’ di tempo fa chiamavamo “massa critica”: significa che gli editori digitali devono puntare sull’ampliamento costante della produzione digitale, superando il timore di non essere in grado di gestire il sovraccarico che essa potrebbe comportare. La dimensione conta, sostiene Shatzkin, e rappresenta anzi un vantaggio competitivo. Questo implica che solo i grandi editori potranno permettersi di essere protagonisti in questo tipo di mercato? No, perché entra in gioco il secondo fattore di successo, la verticalizzazione: che consiste nella capacità e nella possibilità (legata alla granularità stessa della rete) di rispondere in modo mirato alle istanze, ai desideri e alle preferenze dei lettori, indirizzando la produzione di contenuti digitali verso coloro che sono in grado di recepirla. A pensarci bene, è un rovesciamento del paradigma tradizionale: l’editore non seleziona più ex ante la produzione, scegliendo cosa pubblicare e quando in base al profilo del pubblico che ha definito come target; punta piuttosto su una produzione allargata intervenendo ex post sulla segmentazione della distribuzione, legata all’ascolto della voce stessa dei lettori. Questo fenomeno implica la condensazione di un terzo fattore, la cosiddetta atomizzazione: ciascun soggetto, in questo scenario, è una “componente critica”, poiché ognuno può, non soltanto in linea teorica ma anche in pratica, elaborare contenuti e indirzzarli verso specifici destinatari in qualunque momento, ovunque operi e senza bisogno di attuare grandi investimenti organizzativi o di capitali. Sapevamo già queste cose, o quanto meno ne avevamo sentore. Ma Shatzkin le riassume in modo organico, e lo scenario che ne deriva assume subito un significato più ampio: scala, verticalizzazione e atomizzazione non sono forse fattori da considerare in modo integrato in gran parte delle attività che si possono svolgere in rete? Non valgono forse per l’e-commerce in generale, per la pianificazione di una risposta concreta ai bisogni formativi nell’e-learning, nella gestione delle comunità virtuali o per la stessa azione politica basata sull’attivazione di reti sociali? E se è così, perché molti fingono ancora di non accorgersene e continuano a confondere il “prodotto” digitale con quello analogico, pretendendo di decidere aprioristicamente cosa distribuire e mettendo a punto strategie di marketing orientate a indirizzare le preferenze degli utenti anziché ascoltarne i desideri? Forse è solo questione di tempo.

Segui l’avventura

A Duck has an Adventure Home

A Duck has an Adventure Home

Daniel Merlin Goodbrey, 2012, A Duck has an Adventure. E-Merl Publishing.
XHTML + inserti multimediali, Android App, EN

Inevitabilmente, una parte consistente delle sperimentazioni sulle potenzialità degli eBook rispetto alle possibili evoluzioni del linguaggio narrativo si concentra sui libri per bambini. Ecco un esempio di storia progressiva, che parte da una schermata molto semplice (stilisticamente, peraltro, ricorda una schermata home di Prezi) per suggerire ai lettori di interagire con ciò che vedono e leggono in modo da far progredire la storia, anzi, l’avventura di una papera, scegliendo tra varie opportunità, come in una vecchia storia a bivi, ma mescolando ingredienti e sintassi in modo completamente diverso. Il progetto di Goodbrey è stato uno dei finalisti del New Media Writing Prize 2012.

[segnalato da: Mario Rotta, marzo 2013]

A proposito di Lincoln

Niente a che vedere con il film di Spielberg, ma questa biografia di Abraham Lincoln scritta da Calista McCabe Courtenay un secolo fa – quasi come se fosse un libro didattico per ragazzi – può essere una lettura divertente. Soprattutto nella versione in facsimile digitale di Open Library, che riproduce l’edizione del 1917 illustrata da A.M.Turner e Harriet Kaucher. Un libretto semplice, talora ingenuo, ma ben curato, consultabile online (con possibilità di text-to-speech) e scaricabile gratuitamente in diversi formati.

Abraham Lincoln.
Abraham Lincoln.
Calista McCabe Courtenay; S. Gabriel Sons 1917
WorldCatRead OnlineLibraryThingGoogle BooksBookFinder
 

Un libro sostenibile

greeneconomy-cover

Green Economy Cover

UNEP, 2011, Towards a Green Economy: Pathways to Sustainable Development and Poverty Eradication.
XHTML + inserti multimediali e altri formati, EN

Un libro sullo sviluppo sostenibile non può che essere a sua volta sostenibile. E questo fondamentale report dell’UNEP (uno degli organismi delle Nazioni Unite) lo è, non solo perché parla specificamente dell’argomento, ma anche perché lo fa in modo semplice e chiaro, attraverso una pubblicazione digitale ispirata a criteri di web design accessibile e rendendo i contenuti aperti e disponibili. Si può leggere online, si può scaricare sotto forma di file l’intero report o anche solo dati e grafici, si può personalizzare la modalità di lettura. Da non perdere alcuni capitoli che aprono orizzonti interessantissimi: da quello sul turismo sostenibile a quello che spiega cosa potrebbe e dovrebbe fare la finanza per supportare la transizione verso un’economia lontana anni luce da quella dei derivati e del capitalismo d’assalto.

[segnalato da: Mario Rotta, febbraio 2013]

The Odissey

Piccoli piacere digitali: sfogliare online (grazie alla Open Library) la splendida versione inglese dell’Odissea curata da Alexander Pope e illustrata da John Flaxman.

The Odyssey of Homer
 

Quando l’essenziale è visibile agli occhi

In effetti a volte è così: non ci sono soltanto le ragioni del cuore, c’è anche ciò che si riesce a percepire guardandoci intorno, nel mondo che ci circonda, pieno di forme, colori, superfici che troppo spesso restano nascoste sotto il velo dello schermo di un computer o di un tablet. Il problema è capire che cosa si può fare per recuperare, attraverso le tecnologie digitali, un rapporto proficuo, creativo, concreto, con l’ambiente reale e con tutte le possibilità espressive che può suggerirci: ed è proprio quello che sta provando a fare Curious Hat, una società californiana che “progetta e crea applicazioni mobili innovative ed educative per iPhone, iPad e Android per bambini curiosi ed esploratori di età compresa fra i 3 e i 99 anni.” Curious Hat sta lavorando a un esperimento di scrittura digitale particolarmente interessante: si chiama Eye Paint, ed è una serie di App che “offre ai bambini l’opportunità unica di creare disegni incredibili collaborando alle illustrazioni di grandi artisti. Attraverso l’esplorazione e l’ingegno, i piccoli esploratori sono in grado di aggiungere il loro tocco personale ad una serie di illustrazioni, creando così la loro arte personale.”

Proviamo a capire meglio di che cosa si tratta attraverso le parole degli autori e dei responsabili del progetto: “Eye Paint Animals segue a ruota PHLIP e Color Vacuum, le prime App create da Curious Hat, presentate all’inizio di quest’anno (2012, ndr). Le App di Curious Hat coinvolgono la creatività e l’esplorazione dei bambini mettendoli in stretto contatto con l’ambiente che li circonda. La serie di App dal nome Eye Paint utilizza la fotocamera dello smartphone/tablet per catturare texture, pattern e colori che vengono poi usati per riempire, in modo interattivo, le aree del disegno. Questo metodo permette di colorare con una gamma organica di sfumature e trame – quali quelle di fiori o erba, sassi o legni, pelle o foglie. Il risultato finale è un’illustrazione unica nel suo genere. Eye Paint è colorato, animato ed estremamente facile da usare – anche per bambini molto piccoli. “Il modo migliore per far conoscere l’arte dell’illustrazione ai bambini è quello di renderli partecipi dell’opera stessa.” - dice Nadia Andreini, Creative Director di Curious Hat“Lo spirito che anima il progetto di Eye Paint è quello di promuovere la creazione dell’illustrazione portando il bambino ad esplorare ed interagire col mondo che lo circonda.” “Gli stimoli visivi a cui i bambini sono sottoposti fin da piccoli hanno un ruolo molto importante nella loro crescita, per questo la serie di Eye Paint desidera esporre i bambini all’arte dell’illustrazione di artisti che mostrino loro stili di rappresentazione diversi.”  “Questo è un ottimo modo per aiutare i bambini (ed anche i grandi) ad imparare come i colori, le texture e le forme presenti nell’ambiente possono essere utilizzati per creare i diversi colori, texture e forme presenti in un disegno. Si tratta di un uso della tecnologia e del design realmente ispirato”, dice Scott Singer, Digital FX Supervisor di Tippet Studio, California.

Un progetto di ampio respiro, insomma, con caratteristiche peculiari, tra cui la collaborazione di importanti artisti e disegnatori di tutto il mondo: “Eye Paint Animals mostra 20 disegni originali di Giorgio Cavazzano, uno dei più noti illustratori italiani. Eye Paint Halloween, mostra le divertenti illustrazioni di un altro artista italiano: Francesco Chiacchio. Eye Paint Halloween è disponibile da Ottobre 2012 sull’App Store, ed è attualmente gratuita. Ulteriori App della serie Eye Paint saranno annunciate a breve, con il lavoro di illustratori provenienti dal Giappone, Cina e Canada, ognuno caratterizzato dalla propria cultura e dal proprio stile.” Uno stile su cui i bambini possono innestare la loro personale visione del mondo, partendo dalla percezione dell’ambiente e ritrovando quel piacere di osservare la cui crisi viene talora attribuita – in questo caso del tutto a torto – proprio alle tecnologie digitali, che per una volta almeno sono invece interpretate non come un modo per racchiudere (citando Sherry Turkle) la vita nello schermo, ma per andare oltre lo schermo e affacciarsi sulla vita con occhi pieni di ritrovata meraviglia.

Disponibilità di Eye Paint:

  • Eye Paint Animals di Curious Hat è disponibile come App universale sull’Apple Store a Euro 0.99. Per scaricare la App occorre cliccare qui.
  • Eye Paint Halloween è disponibile gratuitamente sull’Apple Store: cliccare qui.
  • Per ulteriori informazioni su Curious Hat visita il sito: www.curioushat.com, http://itunes.com/apps/curioushat, oppure manda una mail a: info@curioushat.com.

A proposito di Curious Hat (www.curioushat.com):

  • Curious Hat crea prodotti interattivi e educativi per dispositivi mobili che stimolano il bambino a interagire con il mondo reale. Queste applicazioni non sono giochi ma strumenti di scoperta focalizzati a stimolare il bambino a giocare, creare, inventare, esplorare e imparare giocando senza limitazioni. Nel promuovere l’esplorazione individuale e personale Curious Hat incoraggia l’uso dei dispositivi mobili come strumento per l’interazione fra genitori/adulti e bambini attraverso l’introduzione del fantastico mondo del Professor Vapori.
  • Curious Hat è stata fondata da Luca Prasso ed Erwan Maigret, entrambi genitori e professionisti con anni di esperienza nel mondo dei film d’animazione al computer e dello sviluppo software. Il team di Curious Hat e’ anche composto da un network di artisti internazionali guidati dal Direttore Creativo Nadia Andreini. Insieme collaborano a progetti che combinano un design avvincente con un innovativo uso delle tecnologie disponibili sui dispositivi mobili.
  • I prodotti di Curious Hat sono il risultato di un’intensa ricerca e sviluppo con l’aiuto di esperti nel settore dell’educazione e degli stessi bambini. Le applicazioni sono create e testate da bambini ed adulti fin dalle prime fasi progettuali.

Curious Hat Media Contact:
Liz Tjostolvsen – liz@curioushat.com – Tel: +31 6 2796 3873
©2012 Curious Hat Inc. All rights reserved. Apple, iPhone, iPad and iPod Touch are trademarks of Apple. Other company and product names may be trademarks of their respective owners.

Shakespeare in WordPress

The Plays’ The Thing, Reading Shakespeare with Dennis Abrams. The Publishing Perspectives Group.
Wordpress Blog, XHTML + inserti multimediali, EN

Ecco un esempio interessante di come si possa partire da un’idea e da uno strumento relativamente semplici per introdurre nello scenario dell’editoria digitale modalità di lettura e forme di interpretazione del testo aperte alla complessità dei significati. In questo caso una voce critica ripropone stralci di Shakespeare in forma di blog, trasformando ogni post in un contenitore di materiali, apparati e punti di vista, ovviamente aperto a tutti coloro che vogliono commentare e integrare. Di fatto si tratta di un esperimento di drammatizzazione virtuale e di social reading allo stesso tempo, o forse dell’evoluzione stessa del social reading: dove quello che conta non è più la piattaforma utilizzata ma la condivisione e la comprensione del testo in quanto tali, con tutte le implicazioni che questo approccio comporta sia in ambito didattico, che per uno studioso o un appassionato di teatro. Insomma, per dirla parafrasando le parole dello stesso Shakespeare: ci sono più cose in un ambiente come questo, Orazio, di quante non ne comprenda la tua filosofia…

[segnalato da: Mario Rotta, ottobre 2012]

L’arte e il tempo

The Heilbrunn Timeline of Art History, Online Publication, The Metropolitan Museum, New York.
XHTML+JS, EN

Le pubblicazioni del Metropolitan Museum di New York sono sempre di alto livello. Da tempo, inoltre, se ne possono trovare versioni online direttamente consultabili o scaricabili in formato PDF, per di più gratuitamente. Alcune sono edizioni interattive di equivalenti cartacei più tradizionali, che sfruttano tecnologie relativamente semplici per potenziare in modo significativo la lettura e la consultazione, in particolare quando si tratta di contenuti che si prestano a continue espansioni: è il caso di questa timeline sulla storia universale dell’arte curata dalla Fondazione Heilbrunn, versatile, ricchissima, corredata di mappe e cronogrammi molto efficaci. Una fonte indispensabile e completa sia per gli studiosi che per gli appassionati. E un esempio da tenere a portata di mouse. Anche per interrogarsi su come mai, qui in Italia, nel paese con la più alta concentrazione di beni storico-artistici al mondo, non siamo ancora riusciti a fare altrettanto.

[segnalato da: Mario Rotta, ottobre 2012]

Libri a impatto zero

Si è discusso più volte di come gli eBook possano ridurre significativamente l’impatto ambientale dell’industria del libro, una filiera complessa e tendenzialmente inquinante, che implica tradizionalmente, oltre al taglio degli alberi (che si possono comunque piantare di nuovo), l’uso di prodotti chimici di non facile smaltimento e le emissioni legate al trasporto e alla distribuzione dei volumi. La diffusione degli eBook, che non implicano né la produzione cartaria né il trasporto su gomma dei prodotti librari, rappresenta sicuramente un’ipotesi interessante per chi ha a cuore i problemi ambientali, per quanto questo aspetto sia spesso sottaciuto e tenda a passare in secondo piano rispetto al dibattito sulle implicazioni culturali ed economiche del fenomeno, che evidentemente, per molti editori, contano più di ciò che si può fare per l’ambiente. L’obiezione di alcuni è che, se è vero che gli eBook non richiedono carta e vengono distribuiti in rete, resta il problema del trasporto dei dispositivi di lettura, nonché il fatto che gli eBook Reader, a differenza dei volumi a stampa, implicano un consumo di energia che comporta a sua volta emissioni e conseguente inquinamento, e pone anche problemi di smaltimento. Per discutere in modo serio su questi aspetti occorrebbero dei dati certi: numerose analisi comparative di qualche tempo fa (una sintesi interessante si può trovare qui e qui) dimostrerebbero che gli eBook sono in ogni caso più eco-compatibili dei volumi a stampa, a condizione che si faccia un uso regolare e non sporadico dei dispositivi. Tuttavia, il passo decisivo verso il libro a impatto zero, ovvero verso una (quasi) piena ecosostenibilità degli eBook si avrà quando si riuscirà a ridurre o eliminare del tutto il bisogno di energia degli eReader. Ed è su questo aspetto che chi è più sensibile al problema si sta in qualche modo concentrando: la strada è quella dell’autosufficienza energetica degli eReader grazie alla ricarica basata su cellule solari o fotovoltaiche, una possibilità estremamente concreta, considerando che a differenza dei Tablet o dei Notebook (e in generale di altri dispositivi elettronici) gli eReader si possono utilizzare in piena luce e – non essendo basati su display retroilluminati – implicano in ogni caso un consumo delle batterie ridotto e diluito nel tempo. La ricerca sulla ricarica solare degli eReader sembrava aver imboccato la strada giusta grazie ad alcune sperimentazioni avanzate giapponesi e taiwanesi sui display flessibili a inchiostro elettronico. Ma le soluzioni di questo tipo, forse anche per ragioni di mercato, non sembrano di imminente diffusione. Che cosa si sta muovendo, quindi, sullo scenario dei libri a impatto zero? Le notizie sono incoraggianti: si va dalla diffusione in rete di manualetti e istruzioni per modificare un eReader in modo da collegarlo a cellule solari, fino alla distribuzione di prodotti specifici per ricaricare al sole le batterie dell’eReader, come l’eccellente dispositivo dell’azienda californiana Suntactics o l’ancora più interessante copertina solare per il Kindle, distribuita direttamente da Amazon anche in Italia. Resta il problema della produzione, della distribuzione e dello smaltimento dei dispositivi elettronici. Ma questa è un’altra storia, che richiede una visione più ampia. Nel frattempo, ognuno di noi può fare come sempre qualcosa per salvare il mondo: ad esempio leggere più libri digitali su dispositivi ricaricabili a energia solare; con buona pace del profumo della carta.

Contenuti digitali e lettura veloce

Un umorista direbbe probabilmente che è inutile leggere più velocemente, se non si è in grado di capire ciò che si legge neanche arrancando parola per parola, come talora sembra che facciano certi rappresentanti della classe dirigente o certi imprenditori. Ma per una volta proviamo ad andare oltre i luoghi comuni segnalando un esperimento sulla lettura veloce che appare di un certo interesse, e che merita forse di essere osservato con un po’ di attenzione. Diciamo esperimento, ma in realtà si tratta di un software, venduto con tanto di pacchetto (a un prezzo contenuto), pluripremiato e ampiamente documentato attraverso varie risorse online, in gran parte raccolte su un sito dedicato. Si chiama 7 Speed Reading, e fa parte di un set di strumenti e ausili prodotti da eReflect, nota per degli ottimi dizionari elettronici e per altri pacchetti didattici sullo spelling e il potenziamento della memoria. L’aspetto interessante di questo approccio, al di là della sua reale efficacia, è l’estrema attenzione che i produttori di questo strumento dedicano alle strategie per il potenziamento della velocità di lettura di pagine Web ed eBook, lasciando intendere che i contenuti digitali non solo non rappresentano un ostacolo per chi vuole leggere di più (e in modo più efficiente), ma si configurano anzi come una straordinaria opportunità. Si sottolinea ad esempio la relazione tra la possibilità di “volare” sulla scrittura digitale e la gestione dell’information overload (vi ricorda qualcosa? Un certo Nielsen, ad esempio…). Si enfatizza la necessità di gestire meglio gli input digitali come strategia per l’economia della conoscenza. Si parla esplicitamente di ergonomia cognitiva. Insomma, il prodotto in vendita è ottimisticamente americano, promette miracoli tutti da verificare e viene commercializzato come se fosse un detersivo. Ma si intuisce che dietro quel prodotto c’è un processo che tiene conto di molte implicazioni della cultura digitale, e si ispira a una visione molto avanzata: che può spingere molti a leggere eBook e a migliorare la capacità di gestire i molteplici stimoli quotidiani a cui i social media ci stanno abituando. Sarebbe già un successo…
Per saperne di più si veda anche questo articolo: eReflect Announces Full Support of eBook Revolution.

L’ingegnoso libro digitale di Don Quijote de la Mancha

Frontespizio con Miguel de Cervantes

Frontespizio con Miguel de Cervantes

EL INGENIOSO HIDALGO DON QUIJOTE DE LA MANCHA, compuesto por Miguel de Cervantes Saavedra. Facsimile digitale della prima edizione (1605). A cura della Biblioteca Nacional de Espana.
XHTML+Flash, ES

La Biblioteca Nazionale spagnola propone in rete una splendida versione digitale interattiva della prima edizione del Don Quijote (e non solo). La cura del facsimile è maniacale: si possono sfogliare tutte le pagine del volume del 1605, passando in qualsiasi momento dalla fedele riproduzione dell’originale a una versione trascritta e reimpaginata. Ma questo è solo l’inizio, poi l’eBook diventa sempre più “enhanced”: apparati didattici sulla storia dell’epoca, cronologia critica di tutte le edizioni antiche del testo, tabella dei riferimenti e dei richiami ad altri testi di letteratura cavalleresca che Cervantes conosceva e usava come fonti, colonna sonora attivabile e disattivabile a richiesta con alcuni piccoli gioielli musicali. C’è anche una mappa interattiva che aiuta a ricollocare le avventure di Don Quijote nei luoghi della Spagna di allora. Oltre, ovviamente, a segnalibri, strumenti per condividere anche singole pagine, motori di ricerca e indici. Peccato solo che non si possa scaricare il tutto per leggerlo con calma senza essere necessariamente connessi.

[segnalato da: Mario Rotta, dicembre 2011]

La Biblioteca è morta, viva la Biblioteca

Il titolo di questo post-it è facile e forse anche un po’ scontato. Ma è pertinente: della sorte delle biblioteche nell’epoca della riproducibilità digitale dei libri si parla da parecchio tempo, ma adesso sembra proprio arrivato il momento di accettare un confronto aperto con un futuro che, per quanto non sia più quello di una volta, si è ormai trasformato in piena attualità. Non si tratta di supposizioni: se ne parla infatti in modo approfondito in un recente articolo di Lisa Carlucci Thomas su quanto emerso a ALA 2011 (la conferenza annuale dei bibliotecari americani) a proposito dell’impatto che le nuove tecnologie stanno producendo sull’organizzazione e sui significati delle biblioteche e sulle “direzioni” che esse potranno (o dovranno) imboccare per sopravvivere, rinnovandosi. E sono temi su cui ormai si sta diffondendo anche della letteratura specialistica, come questo eBook di Bradford Lee Eden (More Innovative Redesign and Reorganization of Library Technical Services, distribuito da Amazon) che viene presentato con queste parole: “this book collects international case studies demonstrating ways in which library technical service departments are meeting the challenges of new formats and new work duties in the wake of less money and a decreasing job force. Topics covered include the impact of computers and technology on workflow enhancement, changing staff roles, and communications challenges”. Complessivamente, il dibattito in corso recupera e ripropone temi già noti e soluzioni già esplorate, dall’attenzione verso le tecniche di indicizzazione e le modalità di ricerca delle risorse digitali, al bisogno di lavorare sulle nuove competenze necessarie ai bibliotecari perché possano muoversi agevolmente in questo scenario metamorfico e fluido di inizio millennio. Tuttavia, almeno nel dibattito in corso in ambito nordamericano, stanno prendendo forma anche alcune tendenze in parte inaspettate, che vale la pena osservare. Sono sostanzialmente tre. La prima riguarda la crescente attenzione delle biblioteche per i servizi informativi legati all’ubiquità e alla mobilità: non si tratta semplicemente di rendere il catalogo consultabile attraverso un Tablet o uno SmartPhone, ma di attivare un vero e proprio servizo di consulenza (anche on-demand) orientato alla fidelizzazione (proprio così) degli utenti; in pratica, le biblioteche stanno cercando di recuperare un rapporto privilegiato con gli ex frequentatori abituali (in netto calo) virtualizzando la relazione tra lettori e bibliotecari. Fa probabilmente parte di questa stessa strategia una seconda tendenza, del tutto insolita nella storia delle biblioteche: offrire free-tutoring (leggi: garantire supporto gratuito su contenuti di libri utilizzabili a scopo didattico nell’ambito del recupero scolastico o anche della preparazione universitaria). Una novità decisamente interessante, che si configura forse anche come una risposta plausibile (e intelligente) alla crisi economica in atto. Infine, si percepiscono segnali sistematici di una tendenza che in sé non è certo una novità ma lo rappresenta certamente nel mondo bibliotecario: le biblioteche cominciano a selezionare e proporre eBook gratuitamente scaricabili. Non in prestito, ma direttamente scaricabili. Tutti questi cambiamenti portano allo sviluppo di qualcosa che non somiglia più a nulla di ciò che conoscevamo. E per capirlo basta guardare Live-brary: free downloads, e-tutoring gratuito anche per la formazione professionale (e anche in spagnolo), vetrine di novità recensite, sprazzi di materiale storico digitalizzato, concorsi a premi sulla “parola del giorno” e, come sottotitolo del logo la frase “Redefining Your World”. Sembra la demo di una start-up sui social media: ma in realtà è il sito della rete delle biblioteche pubbliche di una contea dello stato di New York.